Gli stereotipi, il copywriting e Alberto Sordi
Negli anni mi è capitato di sentire molti pareri sugli stereotipi. Nessuno ha mai affrontato apertamente l’argomento in mia presenza ma le frasi ascoltate qua e là sono sempre state inequivocabili: lo stereotipo, in ambito creativo, viene sempre insultato, denigrato, irriso. E’ qualcosa da evitare, come le vacanze con la suocera.
Eppure lo stereotipo ha degli innegabili vantaggi. Chi si ricorda solo della propria parte creativa - dimentico del fatto che sta lavorando e che quindi deve portare risultati concreti - non lo ammetterà, o lo farà a denti stretti. Ma è così.

Lo stereotipo è quel concetto - sfilacciato e logoro, certo - che è intelleggibile da tutti. E’, nel caso del copywriting, una formula o un’idea che originariamente era talmente persuasiva da essere diventata (luogo) comune.
Inanellate sul vostro sito - o sul vostro e-commerce, o sulla vostra pagina social - uno stereotipo dopo l’altro e avrete un prodotto capace di guadagnarsi un tranquillo 6 politico. Non otterete né 8 né 10, scuro, ma non rischierete nemmeno un 2 o peggio.
Se invece siete davvero contrari agli sterotipi come dite - o come dicono - allora preparatevi a rischiare. Potrete raggiungere l’eccellenza ma rischierete il kitsch, la bruttura o, ancora peggio, l’incomprensione. Perché non c’è niente di peggio - per il copywriter, ma non solo per lui - del non essere capiti.
Insomma, scrittori e pubblicitari, siate personali ma non ostentate originalità. E, nel dubbio, non strafate. La pagina “chi siamo”, non chiamatela “The night of our souls”. Chiamatela “Chi siamo”. A meno che non ci siano esigenze di particolare snobismo, certo, ma questo è un altro discorso.
(In realtà esiste anche una terza via: essere talmente bravi da far sublimare lo stereotipo e farlo diventare altro. Potrei parlarvene a lungo, ma nulla lo può spiegare meglio di Alberto Sordi che se magna la pasta alla faccia degli amerregani. E’ tutto lì, guardatelo e l’epifania giungerà immancabile.)






